Sedette sul bordo del pozzo, la stoffa nera stretta tra la pelle e l’intonaco bianco del cemento rovinato. Dava le spalle alla voragine e il volto alla strada ancora addormentata del primo mattino, che si andava lentamente colorando di colori di gonne, di risa di bambini e di rimbrotti di madri.Lasciava penzolare le gambe, le scarpe nere che alzavano la terra chiara sotto di lui. Non lontano, delle ragazze giovani facevano il bucato, scherzando tra loro.Il cielo era limpido; non c’era neanche una nuvola. Gawain gli lanciò uno sguardo di rammarico. Le nuvole lo aiutavano a pensare. Nascondeva tra le loro curve i suoi pensieri più reconditi, quelli teneri e quelli orribili. Una specie di scrigno, che rubava al cielo; e il cielo a quanto pare s’era indispettito, e gli aveva nascosto la sua scatola di sogni, traditore.Si lasciò scappare un sospiro, che si perse tra i cerchi delle ruote di un carretto passatogli pericolosamente vicino; non ci fece quasi caso, tanto era concentrato sullo specchio azzurro candido che si stagliava pulito sopra di lui; e, abbassato lo sguardo, dello stesso azzurro di quel cielo che malediva, tornava a spiare tra le vesti delle ragazze del bucato non lontano da lui. Aspettava.
Era primavera, in paese riaffiorava quella felicità che s’inabissava nelle fondamenta delle case, d’inverno, dove rimaneva a covare come un uccello del malaugurio, a ricordare al freddo che si sarebbe presa la sua rivincita. Il borgo si svegliava, dapprima con lenta tenerezza, poi con ostentata pigrizia, infine con forzata operosità. I bambini ridevano, le giovani scherzavano, le donne lavavano; gli uomini, nei campi, o a lavorare nelle corporazioni; i vecchi che sorridevano per inerzia, come per ultima stanca spinta di una vita che s’avvia alla primavera eterna. E i cani, i cavalli, gli asini, le mosche; le mosche che facevano da padrone, che prevalevano anche su api e vespe. Per strada, giullari e menestrelli, che se non cantavano ballate, se non recitavano poesie, si accoccolavano come mendicanti e aspettavano il loro momento; allo stesso modo, Gawain, il giullare, bighellonava lasciando penzolare le gambe e i pensieri, e aspettava, prima di tutto.
La sua attesa fu, come quasi tutti i giorni del resto, non ricompensata. Cercava di cogliere nelle sfumature del mondo in movimento un sorriso, una veste che potesse ricondurlo a lei. Niente. Provò pena per se stesso, condannato a ricercare nella labile realtà ciò che permaneva nella memoria come un’immagine indistinta e tuttavia fin troppo definita nei suoi contorni psicologici. Una ragazza stanca, una ragazza spietata, una regina in mezzo al fango.La vivacità forzata dei colori che affollavano il lavatoio attorno al pozzo fece spazio al color terra di Siena dei sai alteri di frati che, come tutte le mattine, passavano per di là. Preghiere intonate a mezza voce, le campane che iniziavano a suonare, a completare quel quadro perfetto, i colori che facevano silenzio per un attimo. Una nuvola mise a tacere anche il sole. Tra gli sguardi severi dei crocifissi appesi al collo, uno sguardo più lieve. I lineamenti di colei che cercava risaltarono violentemente in quell’atmosfera di venerazione e timore.
Alienor. ©